FARE IMPRESA

7 febbraio 2015

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Contrariamente a quanto potrebbe pensarsi a prima vista, fare impresa oggi è diventato molto più semplice di qualche anno fa, anzi poter diventare imprenditori è diventato molto “democratico”. Naturalmente, se parliamo di mettere su una “start-up”, allora è anche molto cool.

Semplicisticamente parlando, un’impresa ha bisogno di almeno due fattori fondamentali: il capitale, sia finanziario che umano, e soprattutto un’ottima idea imprenditoriale, sviluppata e strutturata in un business plan.

Fino a qualche tempo fa, chi aveva un’idea imprenditoriale doveva andare presso una banca e riuscire a convincere gli addetti a finanziare il progetto. In tempi di vacche grasse, questo poteva essere semplice, specie per attività in settori tradizionali, ma non per le attività più innovative.

Oggi però il mondo è cambiato radicalmente. Per fortuna.

In linea di principio, infatti, può fare impresa anche chi, inizialmente, ha soltanto uno dei due fattori summenzionati: il capitale o il progetto imprenditoriale. D’altra parte, le imprese già attive possono, e molte già lo fanno, attingere a nuovi canali o strumenti per tenere la propria attività sempre proiettata verso l’innovazione, ma a costi e con tempi molto più ridotti.

Come? In vari paesi, e di recente anche Italia, hanno iniziato a proliferare concetti nuovi quali crowdsourcing, crowdfunding (che è un specie del genus crowdsourcing), co-creation, co-development, open source, open innovation, e cioè i canali o strumenti per sfruttare le risorse esterne a una determinata organizzazione. Ebbene tra le risorse esterne che questi canali mettono a disposizione vi sono proprio il capitale e le idee attorno alle quali fare impresa.

FARE IMPRESA FACENDO LEVA SUL CAPITALE ALTRUI

Da più di cinque anni, ormai, partendo sempre dagli USA, si sono sviluppate delle opportunità on-line per poter fare leva sul crowdsourcing di capitali per finanziare le proprie idee imprenditoriali.

Tale tipo di operazione viene tecnicamente chiamata crowdfunding, come si accennava in precedenza, ed e’ a sua volta suddivisa in due sub categorie: equity-based (in cui il “donante” diviene di fatto un azionista dell’impresa richiedente i fondi) e reward-based (in cui il soggetto che invia denaro al richiedente riceverà in cambio un ringraziamento, un gadget o addirittura il prototipo del prodotto che si intende realizzare).

La prima tipologia di crowdfunding è più recente e molto più complessa poiché tangente la normativa bancaria, in alcuni Paesi, e quella relativa alla regolamentazione delle partecipazioni societarie.

E’ un modello che sta prendendo piede, ma non con la stessa celerità che ha visto decollare il modello reward-based, cui ci dedichiamo nel presente articolo. In pratica, come funzionano questi portali? Un soggetto o team, anche prima di costituire una società, realizza una c.d. “campagna” in cui ci sono video esplicativi del prodotto che si vuole realizzare (che può spaziare da un film, all’elettronica di consumo), si descrive il team, la timeline che scandisce lo sviluppo del prodotto nel caso in cui si arrivi a ottenere la cifra richiesta e poi si spera di essere menzionati in qualche rivista online e offline che possa contribuire a rendere noto il progetto e quindi catalizzare gli investimenti.

Alcuni dei progetti più famosi su questa piattaforme hanno raccolto milioni di dollari in pochi giorni e questo ha reso il modello disruptive rispetto alle tradizionali forme di finanziamento.

Invece di lavorare su un business plan per mesi e poi cominciare a bussare di porte di venture capitalist, è ora sufficiente avere un po’ di creatività, organizzazione, e un pizzico di fortuna per raccogliere centinaia di migliaia di euro per portare avanti la propria idea imprenditoriale.

Uno dei progetti più di successo degli ultimi due anni ha visto protagonista una start-up che non aveva ancora il proprio prodotto sul mercato vedersi acquisita per 2 miliardi di dollari da Facebook. Tutto questo in barba alle valuations e due diligences operate dagli investitori tradizionali che probabilmente sono caduti dalle loro sedie in pelle quando hanno letto la notizia sui giornali di tutto il mondo.

Ci sono ovviamente fattori che devono essere considerati da parte di colui che crea una campagna al giorno d’oggi perché la competizione anche in questo campo ha reso le cose più difficili con il passare del tempo.

Del resto, la stessa potenzialità offerta dalla rete è al contempo anche una “minaccia” per la riuscita di un progetto.

Infatti, il fatto che tutto il mondo sia in grado di finanziare questi progetti rende, qualora il finanziamento vada in porto, una mera idea nata potenzialmente in un garage in una realtà che dovrà gestire da subito spedizioni in diversi continenti (perché’ i funders possono essere residenti in qualsiasi parte del mondo), la proprietà intellettuale a livello internazionale, essere in regola con eventuali certificazioni ove i prodotti finanziati abbiano questo tipo di requisiti a seconda del mercato in cui verranno venduti, ecc.

La competizione ha inoltre richiesto la presentazione dei progetti in maniera sempre più professionale per poter permettere si farsi notare fra migliaia di progetti esistenti sulle piattaforme e quindi anche i costi di preparazione di questi progetti sono saliti esponenzialmente negli ultimi anni.

Sembra essere utile a questo punto enunciare quali siano allora le attività (e quindi probabilmente spese) che per un progetto potenzialmente di successo devono essere considerate come indefettibili al giorno d’oggi. 

Prendendo un tipico progetto che prevede la realizzazione di un prodotto fisico che incorpora qualche componente elettronica (che di fatto sono quelli più finanziati), devono considerarsi, come in un vero e  proprio business plan delle spese preventive e successive al potenziale successo della campagna. Il che vuol dire che bisogna prestare molta attenzione quando si opta per un flexible goal, che prevede la corresponsione degli importi versati attraverso la piattaforma a prescindere dall’ammontare raggiunto alla scadenza della campagna (solitamente ca. 60 gg)  e il corrispondente obbligo di consegnare il prodotto entro un determinato periodo al finanziatore.

A mero titolo esemplificativo, se un soggetto o team decidesse di accettare qualsiasi somma per la realizzazione del prodotto oggetto della campagna  e ci fossero paradossalmente solo 10 finanziatori che hanno versato 2000 euro, il prodotto dovrebbe essere comunque realizzato e consegnato, esponendo evidentemente i creatori del progetto a responsabilità di ogni tipo, poiché probabilmente la somma raccolta (in questo caso 2000 euro) non sarebbe sufficiente per realizzare il prodotto.

Quindi, se si decide di far partire una campagna per un prodotto (in questo caso, un prodotto con componenti elettroniche, ad esempio), devono essere sicuramente messe in conto le seguenti attività/spese pre- e post-campagna (che rappresentano una lista meramente esemplificativa):

  • Realizzazione video: più il video è appealing, più verrà condiviso e porterà potenziali finanziatori.
  • Check/protezione della proprietà intellettuale: potrebbe esserci il bisogno di fare controlli preventivi per assicurarsi che il prodotto in questione non violi diritti di terzi o potrebbe essere utile procedere con eventuali depositi se le tecnologie/design che sono presentati nella campagna sono suscettibili di una protezione attraverso titoli di proprietà industriale.
  • Business plan: chi non ha mai fatto un business plan, dovrebbe chiedere a un professionista di farsi dare una mano perché quello che si fa in una campagna, come detto, è andare da 0 a 100 km/h in 3 secondi con una bicicletta. Almeno bisogna avere le gomme a posto e controllare siano ben fissate al telaio! Ci sono spese imprevedibili a occhio nudo per il non-esperto che possono compromettere la riuscita della campagna, anche se legate ad eventi positivi.. Ad esempio, in passato ci sono stati casi di progetti così tremendamente di successo che le business operations che erano state preventivate sono state demolite poiché non più in grado di sostenere la produzione che veniva richiesta post-campagna con obblighi relativi all’invio di decine di migliaia di prodotti e non più le poche centinaia agognate a inizio progetto. Una grana che tutti coloro che fanno impresa vorrebbero cercare di risolvere, ma pur sempre una grana che è meglio evitare.
  • Attività di PR: al giorno d’oggi non esistono progetti in grado di decollare senza avere una buona attività di PR alle spalle. E’ un’azione imprescindibile alla base del successo di ogni campagna. Bisogna conoscere gli editor delle testate online e offline che fungono da veicolo principale per le campagne per far si che scrivano del nostro progetto e quindi, ad oggi, queste attività devono essere eseguite negli USA o, comunque, da chi ha contatti con gli USA.
  • Spedizioni internazionali: non possono non essere considerate le spese di spedizione nel business planning. Molte campagne di successo hanno avuto problemi con le spedizioni internazionali dei prodotti perché non avevano considerato i costi e avevano promesso spedizioni gratuite in tutto il mondo.
  • Certificazioni: alcuni prodotti potrebbero dovere rispondere a determinati requisiti per poter essere venduti in determinati Paesi o addirittura ottenere certificazioni. E’ fondamentale appurare la natura di tali eventuali obblighi in fase di business plan perché, come detto, una volta che la campagna di successo è temporalmente chiusa, sorgono delle obbligazioni in campo al soggetto che ha promosso la campagna, uno dei quali è ovviamente la consegna del prodotto promesso al finanziatore.

Questo vuol dire che a meno che non si posseggano tutte le risorse necessarie a livello interno, si devono mettere a budget (per un progetto tipo nella categoria tecnologia/design) delle spese, che a occhio e croce si avvicinano senza troppi problemi a 10 mila euro al giorno d’oggi per salire ove siano richieste effettivamente delle spese preventive (es. se si decidesse di procedere con il deposito di una domanda di brevetto internazionale prima della campagna).  

Quindi, per concludere, è vero che queste piattaforme offrono potenzialità inconcepibili sino a qualche anno fa, ma ora comportano anche molto più impegno per il concepimento del business plan (che deve prevedere operations a livello internazionale dal giorno 1) e anche un impegno finanziario iniziale che è necessario per far fronte alle summenzionate attività pre-campagna salvo, ovviamente, il team non disponga di tutte le risorse per far fronte a tali impegni in maniera diretta.

FARE IMPRESA FACENDO LEVA SULLA CREATIVITÀ ALTRUI

Come si diceva, i canali e le risorse che fanno leva sul crowd, e cioè sulla gente, vengono in soccorso di chi già ha avviato un’attività di impresa e vuole svilupparla ulteriormente, ovvero ancora di chi dispone delle sole risorse finanziarie ma non della “materia prima”, cioè di progetti imprenditoriali o idee attorno alle quali costruire un’impresa ex novo.

La differenza tra chi parte da zero e chi un’impresa la ha già avviata è abbastanza ovvia, ma, dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse e dei canali che fanno leva su risorse esterne, non c’è alcuna differenza.

Per essere concreti, faremo riferimento al caso di un’impresa già attiva che tuttavia non dispone di un team di ricerca e sviluppo all’interno della propria organizzazione, cioè del “motore” che, tradizionalmente, sforna nuovi progetti o idee innovative che, una volta adottati, possono contribuire allo sviluppo dell’impresa stessa.

Per quanto possa sembrare controintuitivo il contrario, e cioè che tutte le imprese devono avere “qualcuno” che si occupi di innovazione al proprio interno per rimanere competitivi sul mercato, ebbene, la notizia è che ad esempio in Italia, dove circa il 95% delle imprese sono PMI, la stragrande maggioranza di esse non dispone di un team che si occupa di ricerca e sviluppo. In genere, per queste imprese l’innovazione risiede nel cd. learning by doing. Ma questo ci porterebbe a fare un altro discorso.

Ebbene, per le imprese che non hanno al proprio interno un team di ricerca e sviluppo, esistono strumenti e canali moderni che mettono a disposizione significative risorse esterne per soddisfare i propri bisogni di innovazione e la ricerca di nuove idee.

In gergo, per identificare questi nuovi attrezzi del mestiere si parla di Open Innovation.

L’Open Innovation non è altro che un modello di business, per usare un concetto familiare al mondo degli affari, che unisce idee interne ed esterne a una determinata organizzazione (nel nostro caso un’impresa) in modo da far avanzare più rapidamente lo sviluppo di nuove idee, tecnologie, ecc.

Fra i vari modelli attuativi di Open Innovation, si trova il crowdsourcing di idee o soluzioni innovative attraverso portali dedicati.

In breve, le richieste di soluzioni da parte delle imprese vengono pubblicate su dei portali a cui sono registrati dei “solvers”, cioè individui in grado di offrire le soluzioni innovative richieste.

Il portale funge quindi da database di challenge briefs (problemi tecnologici) per i quali le aziende sono disposte a pagare per ricevere una soluzione al problema descritto da parte di chiunque sia registrato al portale, che potenzialmente può essere ogni soggetto in grado di avere accesso a un collegamento Internet.

Il modello di Open Innovation qui descritto si interseca con il cd. crowdsourcing (utilizzo delle risorse provenienti dalla gente) e raggiunge quindi il suo massimo potenziale.

Ogni sfida” innovativa può riguardare qualunque attività (ma anche attività della pubblica amministrazione) e spaziare, almeno in teoria, in ogni campo del sapere.

Tornando al quesito iniziale, e cioè se sia possibile fare imprese con idee altrui, è evidente che per riuscire ad attrarre idee dall’esterno dell’impresa, ogni sfida deve prevedere un adeguato corrispettivo in denaro a favore del solver la cui soluzione viene selezionata dall’impresa stessa. 

L’incentivo a partecipare a una sfida è quindi evidente, e le challenges sono, di fatto, in grado di attrarre migliaia di potenziali solvers, che si potranno cimentare nel fornire una soluzione al problema evidenziato dall’impresa.

A fronte quindi di un dispendio di energie praticamente irrilevante, che consiste nel tempo necessario per creare un challenge brief, un’impresa potrebbe avere l’opportunità di ricevere migliaia di soluzioni, senza alcuna soluzione di continuità geografica o di specializzazione. Il che vuol dire, tradotto in termini concreti, avere a disposizione per diversi mesi (questo il tempo concesso solitamente ai solvers per cimentarsi) un R&D pool composto da migliaia di soggetti che hanno una visione unbiased e “fresca” del problema rispetto a quello dei componenti interni all’azienda richiedente.

È utile osservare che, negli Stati Uniti d’America, dove questi strumenti esistono e sono utilizzati da più di dieci anni, non sono soltanto le società start-up a farne uso, magari costruendo proprio la start-up attorno ad un’idea presa “a prestito” da terzi, ma anche le grosse corporations che da tempo ormai si sono accorte che le risorse interne non sono sempre in grado di fare fronte a tutte le esigenze dell’impresa stessa e che quindi ricorrere al “mercato” delle idee è diventato una necessità, senza farsi troppi problemi in merito alla potenziale confidenzialità che dovrebbe essere legata alla sviluppo di nuovi prodotti.

CONSIDERAZIONI FINALI

Il modo di fare business, soprattutto nel campo delle tecnologie innovative, sta cambiando radicalmente e l’accesso alle risorse intellettuali (in termini di idee e skillsets) e ai capitali si sta spostando progressivamente agli strumenti e sui canali messi a disposizione dal web, che oramai offre opportunità considerate impensabili sino a meno di dieci anni fa.

Questo non significa che tutti possono fare impresa, ma più semplicemente che è diventato più semplice di quanto lo era in passato e di quanto si possa ancora pensare.

Tuttavia, come tutte le attività di rischio, quale è appunto l’attività di impresa, l’utilizzo di strumenti in continua evoluzione e, tutto sommato, ancora poco conosciuti ai più richiede uno sforzo extra in termini organizzativi e di planning.

A differenza del mondo “analogico”, in cui entra in gioco l’alchimia dell’incontro personale, sul web è fondamentale riuscire a comunicare in termini chiari e immediati che quanto si propone è un progetto serio, con un team dedicato e molto focused a raggiungere i risultati prefissati. In breve, sul web la credibilità è tutto. Altrimenti le idee o il capitale andranno da un’altra parte!

ARTICOLO CONTENUTO IN “SFC – Rivista di Strategia Finanza e Controllo”  N° 4 –

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