GLI INTANGIBILI: IL PATRIMONIO INVISIBILE

29 settembre 2016

evidenza

Negli ultimi anni è maturata la consapevolezza che il successo delle imprese è determinato in massima parte dalla dotazione di risorse intangibili, risorse rappresentative del capitale umano, intellettuale, relazionale, sociale, organizzativo e simbolico di un’impresa.

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Gli asset tangibili (in pratica quelli fisici e finanziari) sono in grado di generare un modesto ritorno sugli investimenti, dal momento che rappresentano forme di capitale comuni e facilmente imitabili.

Soltanto risorse rare, di valore, difficilmente imitabili, consolidate nel tempo grazie a meccanismi di apprendimento evolutivo, consentono un differenziale positivo rispetto ai concorrenti.

Le risorse intangibili presentano queste caratteristiche e aggiungono valore agli asset materiali dell’impresa, garantendo a talune imprese periodi di profitti e di crescita straordinari, superiori alla norma, frutto di posizioni di vantaggio competitivo transitorie e di monopoli temporanei.

Gli attuali scenari competitivi si sono come biforcati in due mondi, per quanto interrelati tra loro, rispondenti a regole di creazione del valore differenti: il primo basato sulla trasformazione delle risorse tangibili, il secondo sulla gestione e lo sviluppo di forme di capitale intellettuale e immateriale.

Ed è proprio l’importanza crescente degli intangibili che sta portando, in questi ultimi anni, ad una profonda rivisitazione delle tradizionali metodologie valutative, mediante le quali si cerca di stimare il valore d’impresa.

Il valore del capitale intangibile, infatti, è fondamentalmente invisibile in bilancio e sfugge alle lenti delle analisi valutative tradizionali: questo perché risponde a regole profondamente differenti rispetto a quelle che presiedono la dinamica degli asset materiali.

Non a caso negli anni scorsi la Sec (Securities Exchange Commission degli Stati Uniti) ha invitato le aziende a fornire maggiori informazioni sugli asset intangibili, dal momento che “le informazioni che occorrono non vengono fornite dai tradizionali metodi di accounting”.

Da queste considerazioni preliminari scaturisce un interessante paradosso: gli intangibili sono alla base del processo di creazione del valore e sono, allo stesso tempo, per loro sfuggevolezza e difficoltà di misurazione, forse una delle principali cause di imperfezione e distorsione dei processi valutativi.

Per quanto possa ancora apparire strano, gli intangibili rappresentano un ingrediente del business che la maggior parte delle aziende non gestisce, non misura e non pubblicizza. Per contro gli analisti finanziari e gli investitori più accorti dedicano loro grande attenzione, per valutare la solidità e le prospettive di sviluppo di un’azienda.

LA CLASSIFICAZIONE DEGLI INTANGIBILI

Tra i diversi criteri proposti dalla dottrina per una ragionevole classificazione degli intangibili, nella pratica si è imposto il cosiddetto criterio della dominanza, secondo il quale risulta conveniente segmentare gli intangibili in un numero limitato di classi, per evitare il rischio di sovrapposizioni e di duplicazioni.

In questa prospettiva, ai fini del nostro processo valutativo, una prima segmentazione degli intangibili viene generalmente limitato alle seguenti macroclassi:

  • intangibili di marketing;
  • intangibili tecnologici;
  • intangibili di conoscenza.

Il ricorso ad un numero limitato di classi trova un’altra, e forse più evidente giustificazione, nella verifica dello scenario reddituale, cui gli intangibili devono essere sottoposti.

Secondo tale impostazione, infatti, il valore attribuito agli intangibili deve essere validato, avendo cura di verificare se l’intangibile stesso abbia l’effettiva capacità di generare adeguati flussi di risultato (in sostanza, se un intangibile non è in grado di generare reddito, non ha un valore).

Va osservato che, nella pratica, la verifica dello scenario reddituale avviene generalmente complessivamente, risultando difficile garantire una corrispondenza univoca tra un determinato intangibile ed il corrispondente flusso di risultato.

Quando possibile il livello di dettaglio viene esploso, arrivando a valorizzare singoli intangibili specifici (ad esempio la rete di vendita, un canale distributivo o il patrimonio di relazioni), facendo comunque attenzione ad evitare la sovrapposizione e la duplicazione di entità e valori.

IL CRITERIO DEL COSTO

I criteri basati sui costi si basano sull’assunto che il valore di un bene immateriale (corrispondente, come sappiamo, al valore attuale dei flussi di risultato attesi) è pari al costo che si deve sostenere per ottenere quel bene o un bene equivalente sotto il profilo dell’utilità.

Gli approcci riferiti al costo sono basati sul principio di sostituzione: qualunque sia la configurazione di costo adottata, infatti, i metodi procedono alla stima del valore dell’intangibile attraverso l’accertamento del costo di un sostituto del bene in questione.

Il criterio del costo è riconducibile a tre distinte metodologie, descritte nei paragrafi successivi:

  • il metodo del costo storico;
  • il metodo del costo storico aggiornato;
  • il metodo del costo di riproduzione.

IL METODO DEL COSTO

Il metodo del costo storico viene generalmente applicato agli intangibili specifici in fase di sviluppo o in via di formazione, per i quali non è ancora possibile valutare un effettivo ritorno degli investimenti.

È il caso, ad esempio, dei progetti di ricerca e sviluppo, in una fase ancora lontana dai possibili ritorni di mercato.

IL METODO DEL COSTO STORICO AGGIORNATO

Il metodo del costo storico aggiornato si concretizza nell’accertamento dei costi sostenuti in passato per l’acquisizione o la realizzazione dell’intangibile da valutare e nell’aggiornamento degli stessi alla data di valutazione.

Operativamente il metodo consiste:

  • nell’identificazione dei costi storicamente sostenuti per la realizzazione dell’intangibile, a prescindere dal relativo trattamento contabile;
  • nel trattamento deflazionistico e nell’allineamento monetario dei costi stessi (quando ritenuto opportuno);
  • nella rettifica dei costi per tener conto della loro utilità residua (ammortamento).

Per quanto riguarda la rettifica da apportare per tener conto dell’eventuale degrado intervenuto tra il momento del sostenimento dei costi e la data di riferimento della valutazione, va ricordato che gli intangibili sono soggetti a fenomeni di deperimento in modo molto diverso rispetto ai beni materiali.

In alcuni casi, infatti, l’utilizzo intensivo di un intangibile può portare ad un accrescimento del suo valore e delle sue utilità prospettiche, anziché ad un degrado. La definizione del correttivo da apportare ai costi storici aggiornati può avvenire in modo esplicito o implicito.

La rettifica esplicita si concretizza nell’applicazione di un coefficiente al valore a nuovo del bene immateriale (in genere il coefficiente è dato dal rapporto tra la vita utile residua alla data di riferimento della stima e la vita utile complessiva del bene).

La rettifica implicita, per contro, avviene attraverso l’apprezzamento di fenomeni di degrado già in fase di assunzione dei valori di costi ordinati alla definizione del costo storico aggiornato; questo attraverso la selezione dei soli elementi dei costi che qualificano significativamente il bene dal punto di vista delle utilità prospettiche.

In genere la prassi si orienta verso la soluzione della rettifica esplicita, mentre quella implicita è preferita quando la vita utile del bene è difficilmente apprezzabile o si estende lungo un orizzonte temporale superiore ai vent’anni.

I costi da considerare per l’applicazione del metodo devono avere natura di investimento, nel senso che devono trovare origine in operazioni cui si associa un sacrificio iniziale di risorse finanziarie nella prospettiva della creazione futura di nuove ed accresciute risorse finanziarie.

Per contro sono da escludere i cosiddetti costi di mantenimento, quelli, cioè, a fronte dei quali non vi è alcun incremento del livello di utilità del bene da valutare.

Va comunque osservato che questo criterio, basandosi sugli investimenti sostenuti, non considera il bene nel suo pieno valore, dal momento che tralascia la valutazione delle sue potenzialità di crescita e ne limita così il concetto stesso di investimento.

IL METODO DEL COSTO DI RIPRODUZIONE

Il metodo del costo di riproduzione prevede la stima dei costi da sopportare, alla data di riferimento della valutazione, per realizzare ex-novo un bene immateriale equivalente a quello oggetto di valutazione sotto il profilo dell’utilità.

In questo caso si tratta di individuare in modo analitico le voci di costo rilevanti ai fini della riproduzione dell’intangibile, sottoponendo a rettifica il valore così calcolato, per tener conto dello stato d’uso del bene.

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In alcuni casi la rettifica rappresentativa del degrado o della vita residua non viene applicata; è il caso degli intangibili per i quali la vita residua viene idealmente a coincidere con la vita totale.

Anche in questo caso i costi da considerare devono avere una natura di investimento e devono essere trascurati i costi di mantenimento, cioè i costi che non determinano alcuna variazione significativa dell’utilità del bene considerato.

Va osservato che, pur con i limiti concettuali e le difficoltà applicative, i metodi basati sui costi rappresentano la strada più agevole ai fini della valutazione dei beni immateriali; questo perché gli altri metodi, analizzati successivamente, pur essendo più rigorosi, spesso si accompagnano a problemi applicativi.

ARTICOLO CONTENUTO IN “SFC – Rivista di Strategia Finanza e Controllo”  N° 9 –
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