L’ANALISI DELLA REDDITIVITÀ DELLE BANCHE ITALIANE IN PERIODI DI CRISI FINANZIARIA E REALE ATTRAVERSO L’ESAME DEI VALORI DI BILANCIO (SERIE STORICA 2007-2014)

29 settembre 2016

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AMBITO APPLICATIVO

La presente ricerca prende le mosse da un tema di rilevante importanza: la crisi finanziaria mondiale a partire dal 2007 ed il possibile impatto che si è avuto sul sistema bancario europeo dell’Area euro ed italiano, in particolare sul modello di business adottato dalle banche italiane.

Riguardo all’analisi macroeconomica, le relazioni annuali della Banca d’Italia: 2008-2014, Appendice statistica – Note metodologiche riportano i dati dell’esposizione complessiva delle banche italiane sia diretta che indiretta, in attività finanziarie riconducibili ai sub prime. Secondo tali dati l’esposizione in derivati è risultata modesta.

Le turbolenze sui mercati finanziari innescate dai mutui ad alto rischio statunitensi (subprime) hanno inciso sull’attività delle banche italiane in misura contenuta. Infatti, il rapporto macroeconomico Derivati/PIL presenta  un tasso di incidenza dei prodotti derivati sul prodotto nazionale non superiore al 20%, anche se dal 2007 al 2014 l’incidenza % dei derivati bancari presenta un trend crescente, passando dal 6,78% del 2007 al 19,52% del 2014.

Per le banche italiane l’operatività in prodotti ad alto rischio1, hanno avuto (tradizionalmente) un peso limitato. La componente originata negli USA, maggiormente interessata alla crisi, è poco significativa nei bilanci delle banche italiane.

E’ aumentata, infatti, la specializzazione dell’attività bancaria tradizionale a livello di sistema bancario, basata sulla concessione di prestiti alle imprese ed ai privati consumatori.

L’attività tradizionale dei prestiti risulta prevalente nelle banche italiane, rispetto all’esposizione dei prodotti finanziari strutturati.

L’incremento dell’attività di intermediazione creditizia tipica delle banche italiane è dimostrato dal trend crescente dell’indicatore macroeconomico: Prestiti bancari/PIL dal 2007 al 2014.

Il rapporto tra prestiti bancari e PIL è salito da un’incidenza del 93,22% del 2007 al 107% del 2010, mentre dal 2011 al 2014 il rapporto è sceso dal 104% al 92,80%.

Nell’arco temporale: 2009-2014, il sistema finanziario italiano è risultato quantitativamente superiore all’entità dell’economia reale, poiché l’incidenza dei prestiti bancari rispetto al PIL è stata superiore al 100%, mentre l’incidenza dei derivati strutturati non ha superato il 20% del PIL.

LA REDDITIVITÀ DELLE BANCHE ITALIANE NEL PERIODO DI CRISI 2007-2014

In tale sezione del lavoro, ci proponiamo di evidenziare l’impatto della crisi sulla redditività delle banche italiane, per il periodo 2007-2014, utilizzando gli indicatori appositi ricavati dai conti economici forniti dalla Banca d’Italia nel supplemento al bollettino statistico allegato alla relazione annuale, per ciascuna annualità.

Riportiamo di seguito la tavola riepilogativa dei conti economici dell’aggregato in esame riclassificato a margini creditizi, con evidenziazione del margine di interesse del margine di intermediazione che contribuiscono alla formazione dell’utile netto bancario (Tavola 2-3), unitamente all’aggregato patrimoniale percentualizzato (Tavola 1).

Tavola 1: Stati patrimoniali percentualizzati

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Come si evince dai valori patrimoniali riclassificati nella tavola 1), tra i Fondi fruttiferi delle banche italiane spiccano i prestiti alla clientela rispetto alle altre categorie di impieghi.

L’incidenza della voce,Impieghi a Clientela” è maggiore rispetto alle altre, dell’ordine del 60% in media rispetto alle attività patrimoniali. L’incidenza della voce,”Impieghi in strumenti finanziari” risulta modesto in media nell’ordine del 20% circa rispetto al capitale investito. Infine, i Prestiti alle altre banche, incidono in media nell’ordine del 15% circa.

Tra le passività onerose spicca, la voce,”Debiti vs. clientela” rappresentata dalla raccolta di depositi a vista, che presenta un peso rispetto alle fonti finanziarie in media dell’ordine del 40% circa, mentre le Emissioni obbligazionarie incidono in media del 30% circa e, infine, i Depositi interbancari hanno avuto un peso in media di circa il 20% ed il restante 10% del capitale di terzi deriva dalla voce,”Altre passività”.

Il suindicato scenario di riferimento della situazione patrimoniale ed economica dimostra in modo empirico, che le nostre banche svolgono prevalentemente l’attività di intermediazione creditizia e, in misura molto contenuta le attività finanziarie ad alto rischio (strumenti finanziari derivati).

Tavola 2: I conti economici delle banche italiane società per azioni (in valori assoluti) riclassificati a margini creditizi nel periodo 2007-2014

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Tavola 3: Conti Economici percentualizzati

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ANALISI DELLA VARIABILITA’ STATISTICA DEI MARGINI DELLA REDDITIVITA’ BANCARIA

Riportiamo, per il periodo di riferimento 2007-2014, di alcuni indicatori di variabilità dei margini  reddituali delle banche italiane, i cui valori riclassificati nei conti economici rispettivamente in valori assoluti e percentuali, hanno concorso alla formazione dei risultati economici netti delle banche italiane tenendo conto dell’impatto della crisi finanziaria e reale.

Tavola  4: Alcuni indicatori di variabilità statistica dei margini reddituali delle banche italiane (2007-2014)

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La Tavola 4 riporta i seguenti indicatori di variabilità:

  • La media di ciascun margine di profitto ponderato con i fondi intermediati;
  • La deviazione standard di ciascun margine di reddito che ci dà lo scostamento o variabilità statistica (scarto quadratico medio) rispetto al valore medio tenendo conto del periodo di crisi;
  • I coefficienti di variazione che forniscono l’informativa sul grado di variabilità dei margini reddituali per effetto della crisi in atto.

Infatti, nel periodo di crisi 2007-2014, il margine di reddito che ha registrato una minore variabilità, in fase di crisi, è stato il risultato operativo di gestione rapportato ai fondi intermediati (RG/Fi).che, rappresenta anche il punto di minimo (Min=45,35%) e, quindi il margine meno volatile e più stabile.

Tale argomento sarà approfondito in seguito, nel paragrafo dedicato ai value drivers della redditività bancaria.

Invece, l’utile netto in rapporto ai fondi intermediati (UN/Fi) riferito al periodo di analisi, ha registrato la maggiore variabilità (Max=90,00%), per cui, tale indicatore rappresenta la configurazione di reddito più volatile, ossia che risente maggiormente rispetto agli altri margini dell’effetto crisi.

LA REDDITIVITA’ NETTA DELLE BANCHE ITALIANE NEL PERIODO DI CRISI 2007-2014. IL CONTRIBUTO DELLE DIVERSE AREE GESTIONALI

ANALISI DELLA SCOMPOSIZIONE DEL ROE DELLE BANCHE ITALIANE PER AREE GESTIONALI

L’indicatore per antonomasia della redditività netta è il R.O.E. dato dal rapporto tra l’utile netto ed il patrimonio netto di bilancio (UN(PN).

L’approfondimento dell’analisi del trend della redditività dei mezzi propri delle banche italiane nel periodo 2007-2014 può avvenire scomponendo il ROE nelle sue principali determinanti:

  • R.O.A.2 = UN/FI; (Utile netto/Fondi Intermediati);
  • Leva finanziaria = FI/PN; (Fondi Intermediati/Patrimonio netto).

Il contributo delle diverse aree gestionali alla formazione del ROE si ha attraverso la scomposizione in 6 indicatori determinanti, di seguito riportati:

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In particolare, il contributo delle diverse aree gestionali alla redditività dei mezzi propri (ROE) deriva dal prodotto delle seguenti determinanti:

  • MgIs/FI = margine di interesse unitario;
  • MgInt/MgIs = contributo dei ricavi netti da servizi, espresso dal rapporto tra margine di intermediazione e margine di interesse;
  • RG/MgInt = il peso dei costi operativi (spese per il personale bancario, le spese amministrative), dato dal rapporto tra il risultato di gestione e margine di intermediazione;
  • RAI/RG = il contributo delle rettifiche (su crediti), delle riprese di valore e degli accantonamenti, espresse dal rapporto fra reddito ante imposte e risultato di gestione;
  • RN/RAI = il peso della fiscalità diretta d’impresa dato dal rapporto tra reddto netto e reddito ante imposte;
  • FI/PN = il grado di utilizzo della leva finanziaria dato dal rapporto fondi intermediati (passività onerose) e patrimonio netto.

Rappresentiamo graficamente, il trend della serie storica del ROE nel periodo 2007-2014, in connessione all’analisi andamentale delle sue determinanti.

Come vedremo, l’impatto della crisi sul ROE è stato devastante, in special modo, nella seconda parte del periodo di riferimento 2011-2014.

Pertanto, tenendo conto del fatto che, siamo in peridi di crisi finanziaria e reale, è opportuno osservare l’evoluzione del ROE negli anni 2007-2014, in base ai dati riportati da Bankitalia (tavola 5) nel grafico 1.

Tavola 5: trend storico del ROE delle banche italiane (2007-2014)

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Grafico 1: Serie storica del ROE delle banche italiane nel periodo 2007-2014

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La serie storica del ROE evidenzia un andamento discontinuo della redditività netta dei mezzi propri delle banche italiane nel periodo 2007-2014 (Tavola 5).

La prima parte del periodo considerato (2007-2010) è caratterizzata da valori positivi del ROE ma in una serie progressiva di contrazione, passando dal 57,34% del 2007 al 17,63% del 2010.

Nella seconda parte del periodo di analisi (2011-2014), il ROE assume valori decisamente negativi e discontinui, con un netto miglioramento nel 2014.

Infatti, nel 2011 il ROE è stato di -39,12%, migliorando nel 2012 con un minor valore sempre negativo di -3,91%, mentre nel 2013 c’è stato un peggioramento a -49,16%, ed infine nel 2014 un ulteriore miglioramento di – 3,86%.

La causa risiede nel fatto che, mentre nella prima parte del periodo (2007-2010) il risultato netto consolidato registrato dalle banche italiane è stato positivo anche se di entità esigua, passando da un’incidenza dello 0,79% del 2007 allo 0,25% del 2010, nella seconda parte del periodo (2011-2014) sono stati registrate perdite nette a causa delle elevate incidenze delle sofferenze e dei crediti deteriorati e, quindi il ROE ha assunto valori negativi.

Quindi, alla variabilità del ROE hanno concorso, dapprima gli utili netti esigui (2007-2010), e successivamente, le perdite nette d’esercizio (2011-2014).

Ricordiamo che, la soglia di creazione del valore per gli azionisti è espresso dalla seguente relazione algebrica3:

ROE > Ke = 0

In base alle aspettative di dividendo dell’azionista, il ROE deve attestarsi ad un valore tendenziale superiore al costo opportunità del capitale proprio (Ke) rappresentato dal costo finanziario di mercato per investimenti alternativo privi di rischio (ad es. il tasso dei BOT poliennali).

L’azionista o l’ipotetico investitore deve convincersi che, un tasso di rendimento adeguato del capitale azionario di una società o di una banca è dato dal tasso minimo di investimenti finanziari alternativi di mercato privi di rischio.

Mancando tale condizione, vuol dire che, la redditività dei mezzi propri (ROE) allo stato attuale, ed anche in tendenza per il prossimo futuro, si mostra insoddisfacente.

Nel primo periodo 2007-2010 il ROE ha assunto, come già detto valori positivi ma decrescenti, comunque congrui rispetto alle aspettative dell’azionista, in quanto i valori sono stati sicuramente superiori al costo opportunità del capitale di lungo termine(free risk rate=BTP).

Mentre, l’azienda bancaria a partire dal 2011 ha registrato valori negativi altalenanti, per cui, da tale data in poi non gode più della capacità di attrarre nuovo capitale di rischio sui rispettivi mercati finanziari.

ANALISI DEL CONTRIBUTO DELLE DIVERSE AREE GESTIONALI

Passiamo ad analizzare il contributo delle diverse aree gestionali alla determinazione del ROE nel periodo 2007-2014.

Riportiamo i dati percentualizzati delle determinanti del ROE (Tavola 6) esprimenti il contributo delle diverse aree gestionali alla redditività netta bancaria, desunti dal bollettino metodologico della Banca d’Italia.

Tavola 6: La disaggregazione del ROE delle banche italiane per aree gestionali

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Grafico 2: Serie storica delle determinanti del ROE delle banche italiane per aree gestionali. 

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Il contributo alla determinazione della redditività netta dei mezzi propri delle banche italiane, è derivata prettamente dai seguenti fattori determinanti:

  • dall’effetto fiscalità;
  • dall’effetto di leva finanziaria;
  • dall’incidenza del margine di intermediazione;
  • dall’incidenza dei costi operativi;
  • dal peso delle rettifiche dei crediti deteriorati per perdite subite, delle riprese di valore e degli accantonamenti per rischi in corso.

EFFETTO FISCALITA’

Al primo posto, il fattore che ha inciso in maniera rilevante sulla redditività netta delle banche italiane, per il periodo 2007-2014 è stato il peso della pressione fiscale diretta (effetto fiscalità).

Il risparmio fiscale conseguito ha inciso anch’essa in maniera determinante sul ROE delle aziende bancarie italiane.

Posto che, l’utile netto consolidato è stato esiguo dal 2007  al 2010 (con un’incidenza dello 0,79% del 2007 sino allo 0,25% del 2010) e dal 2011 al 2014 le banche hanno subito perdite nette d’esercizio (con un’incidenza dello -0,68% del 2007 sino allo -0,26% del 2014) il risparmio fiscale che ha contribuito ad una maggiore redditività netta (variabilità del ROE dal 2007 al 2010), è attribuibile all’elevato peso delle rettifiche dei crediti deteriorati per perdite subite, delle riprese di valore e degli accantonamenti per rischi in corso.

Il punto di massimo della fiscalità si è avuto nel 2014 pari a 9307,69%, mentre negli esercizi precedenti l’incidenza è stata notevolmente inferiore ma sempre consistente a partire dal 74,15% del 2007 sino a crescere al 86,86% del 2013.

EFFETTO LEVA FINANZIARIA

La redditività netta dei mezzi propri è derivata in misura prevalente, per il periodo 2007-2014, anche dall’effetto di leva finanziaria data dal rapporto tra i fondi intermediati e patrimonio netto (FI/PN).

L’effetto leva è attribuibile al forte incremento dei depositi a vista presso il pubblico, che ha assunto in media valori compresi tra i 1.000 mld ed i 1.500 mld, e dei depositi sull’interbancario dell’Eurosistema che hanno assunto in media valori inferiori a 500 mld, mentre i titoli obbligazionari in media valori tra 500 mld e 700 mld.

Infatti, sia nel 2007 l’effetto di leva finanziaria è stato esplosivo, in quanto, il ROE ha assunto un valore medio pari al 57,34%, sceso poi al 25,78% nel 2008, al 14,43% nel 2009, e al 17,63% nel 2010, a fonte di un leverage dei fondi intermediati pari a 81,61 volte il patrimonio netto nel 2007, a 77,36 volte nel 2008, a 74,37 volte nel 2009, e a 72,88 volte nel 2010.

IL MARGINE DI INTERMEDIAZIONE

Il Margine di interesse rapportato ai fondi intermediati (Mgis/FI) è progressivamente diminuito, mentre ha concorso alla formazione del ROE il peso elevato dei ricavi netti da servizi di intermediazione dato dal rapporto margine di intermediazione su margine di interesse (NgIT/Mgis).

Nel 2007 il margine di intermediazione è stato pari al 200,51% del margine di interesse, differenziale cresciuto sino al 2014 pari a 229,60%, sempre per effetto del consistente aumento del peso dei ricavi netti da servizi, come si avrà modo di approfondire in seguito.

INCIDENZA DEI COSTI OPERATIVI

I costi operativi sono stati caratterizzati nel periodo 2007-2014 da una consistente variabilità, anche se complessivamente la loro incidenza è stata favorevole, come mostrato dal rapporto fra risultato di gestione e margine di intermediazione (RG/MgIT); mentre nel 2007 tale rapporto era pari al 42,40% nel 2014 esso diminuiva al 39,20%.

LE RETTIFICHE DI CREDITI

In relazione alle rettifiche per perdite su crediti deteriorati, riprese di valore e accantonamenti, l’analisi della tavola 10 consente di rilevare l’elevata incidenza delle rettifiche e degli accantonamenti nella prima parte del periodo (2007-2010) passando da un peso del 92,40% del 2007 al 44,46% del 2010.

Nella seconda parte del periodo (2011-2014) si è avuto invece un maggior peso dei ripristini di valore dovuti agli esiti positivi di impairment test del goodwill da operazioni di concentrazione, poiché le incidenze sono state negative. Si è passati da -103,62 del 2011, con miglioramento a -0,25% del 2014, con il concorso dei proventi straordinari derivanti da plusvalenze realizzate da operazioni di business combination.

LE DETERMINANTI DEL MARGINE DI INTERMEDIAZIONE. IL CONTRIBUTO DA RICAVI NETTI DA SERVIZI

I Ricavi netti da servizi hanno avuto un peso rilevante nella formazione del margine di intermediazione nel periodo di analisi 2007-2014.

Tale voce economica comprende un aggregato di ricavi raggruppato dalla Banca d’Italia in 3 categorie: “Ricavi da negoziazione”; “Ricavi da servizi”, “Dividendi e proventi assimilati”.

Attraverso le note metodologiche la Banca d’Italia ha definito i ricavi da negoziazione quale aggregato comprendente il risultato netto dell’attività di investimento in titoli, valuta e altri valori, nonché il saldo tra proventi e oneri su strumenti finanziari non aventi finalità di copertura.

I ricavi da servizi sono dati invece, dal saldo tra commissioni e provvigioni attive e passive sul collocamento, la custodia e l’amministrazione di titoli, sulle gestioni patrimoniali e sulle operazioni di incasso e pagamento. In tale aggregato sono compresi anche i ricavi provenienti dalla gestione delle esattorie (aggi esattoriali) al netto dei relativi costi.

Infine, l’aggregato Dividendi e proventi assimilati, comprende sempre secondo le istruzioni della Banca d’Italia i dividendi incassati dalle banche sulle azioni e sulle partecipazioni in portafoglio, e gli altri ricavi da operazioni finanziarie.

Riepiloghiamo le componenti dell’aggregato Ricavi netti da Servizi:

  • Ricavi netti da negoziazioni (RN/MgINT);
  • Ricavi da Servizi (S/MgINT);
  • Dividendi e proventi assimilati (D/MgINT).

Tavola 7: Le determinanti del margine di intermediazione delle banche italiane nel periodo 2007-2014

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Il contributo di ciascuna tipologia di ricavi alla formazione del margine di intermediazione ha presentato un’elevata variabilità nell’arco temporale considerato 2007-2014.

In particolare, dai dati riepilogati nella tavola 7 e dall’andamento del grafico 3 è possibile fare in primis un’analisi sommaria e poi puntuale.

Riguardo all’analisi sommaria abbiamo:

Il grafico andamentale 5), evidenzia in maniera lampante, la netta prevalenza dei ricavi da Servizi, che presenta un valore di massimo pari al 33,29%, un valore medio del 30,66% ed un valore di minimo del 27,39% nel 2007.

In secondo luogo, viene evidenziato il contributo dei Dividendi da partecipazioni unitamente ai proventi assimilati presso società del gruppo controllate e collegate, che risulta abbastanza rilevante.

Infine, al terzo posto vi sono i ricavi da negoziazione titoli, e valute estere che hanno risentito molto della variabilità dei mercati finanziari internazionali registrando un’incidenza negativa nel 2008 (-5,65%), e valori esigui negli altri anni.

Grafico 3: Serie storica della scomposizione del margine di intermediazione (2007-2014)

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  • I Ricavi netti da negoziazione rapportati al margine di intermediazione (RN/MgINT) hanno presentato una forte variabilità nel periodo 2007-2014 con valori altalenanti, l’incidenza maggiore si sono avute nel 2012 con il 7,29% e nel 2013 con il 9,12%, subendo una contrazione nel 2014 pari al 6,05%. Dal 2007 al 2011 il peso rispetto al margine di intermediazione è stato molto contenuto: dal 3,25% del 2007 si è passati al 1,88% del 2014, con valori negativi nel 2008 pari a-5,65% e nel 2010 pari a -0,40%. Il valore medio dell’intero periodo 2007-2014 è stato pari a 2,82%;
  • I Ricavi da Servizi a differenza dei precedenti, hanno avuto un contributo rilevante nella determinazione del margine di intermediazione, registrando una media del periodo 2007-2014 pari al 30,66% ed un trend crescente dal 2007 con un’incidenza del 27,39% al 2014 con un peso del 33,29%. L’elevata contribuzione è attribuibile alla notevole negoziazione delle diverse tipologie di prodotti di risparmio gestito (grafico 5);
  • I Dividendi e proventi assimilati hanno avuto anch’essi un peso rilevante nella formazione del margine di contribuzione. Infatti, a seguito delle numerose operazioni di concentrazione bancaria e di acquisizione di partecipazioni in società controllate e collegate, i dividendi incassati dalle banche anche sugli investimenti speculativi in titoli azionari destinati alla vendita, sono stati elevati.

Infatti, l’incidenza media dell’intero periodo è stata del 16,93%, mentre nei vari esercizi il peso ha avuto una notevole variabilità passando dal 19,98% del 2007 al 19,13% del 2008, poi sceso al 14,32% del 2009 aumentando di nuovo nel 2010 a 17,14%, scendendo nuovamente nel 2011 al 15,82% e nel 2012 al 13,73% per poi aumentare di nuovo nel 2013 al 18,25% e riscendere nel 2014 al 17,10%.

L’ANALISI DELLA VARIABILITA’ DEL MARGINE DI INTERMEDIAZIONE

La Tavola 8 riporta le determinanti del margine di intermediazione4, in cui, come abbiamo già visto in precedenza, i ricavi netti da Servizi resi alla clientela hanno assunto un peso rilevante.

Da esso emerge, come il Margine di interesse rappresenti la componente meno volatile del margine di intermediazione nel periodo 2007-2014, in quanto lo scarto quadratico dalla media annua (deviazione standard) è più contenuto (0,19%) rispetto all’aggregato relativo ad Altri ricavi netti (13,92%) e, più contenuto anche rispetto alle altre categorie dell’aggregato: ricavi da negoziazione (4,72%), ricavi da servizi (2,15%), e dividendi e proventi assimilati (2,21%).

Tavola 8: Analisi della variabilità degli indicatori di composizione del margine di intermediazione

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Effettuando l’analisi della variabilità all’interno delle tre categorie dell’aggregato, Altri ricavi netti, si nota che, i ricavi da negoziazione rappresentano la componente più volatile in quanto maggiormente variabile (4,72%), presentando anche un coefficiente di variazione annuale elevato e negativo (-67,38%) attribuibile alla forte volatilità dei mercati finanziari (mercato monetario, mercati valutari).

L’analisi della variabilità è seguita dai dividendi e proventi assimilati con deviazione standard pari al 2,21% e, infine, dai ricavi netti da servizi con deviazione pari al 2,15%. Pertanto, tali categorie risultano più stabili all’interno dell’aggregato poiché hanno una variabilità minore.

Infine, il Margine di intermediazione ha evidenziato nel periodo di analisi 2007-2014 una variabilità maggiore rispetto a quella del margine di interesse ma inferiore a quella dei ricavi netti da servizi.

Questo vuol dire che, le banche italiane non hanno beneficiato dell’effetto diversificazione derivante dall’offerta congiunta dell’attività creditizia e di altre attività di intermediazione finanziaria.

Infatti, i ricavi da negoziazione ed i ricavi netti da servizi sono le categorie maggiormente volatili, poiché i profitti da negoziazione di titoli e di valute estere, nonché della gestione patrimoniale hanno un’elevata dipendenza dalla dinamica dei mercati finanziari e valutari internazionali, che in tale periodo di crisi sono stati assoggettati ad un’elevata turbolenza.

Per contro, il margine di interesse rappresenta la componente meno volatile poiché, le quantità economiche che compongono tale margine non sono soggette alla medesima volatilità del margine di intermediazione.

CONCLUSIONI FINALI

Per concludere il presente lavoro di ricerca, si procede ad una sintesi dei fatti e dei concetti esaminati in precedenza:

1. La presente ricerca smentisce assolutamente eventuali affermazioni di non addetti ai lavori, che hanno affermato erroneamente l’esistenza di un impatto negativo della crisi finanziaria americana dei mutui subprime sulla solidità finanziaria e patrimoniale delle aziende di credito italiane; semmai, le banche europee ed in particolare quelle anglosassoni hanno risentito maggiormente di tale crisi;

2. Non vi è stato alcun impatto negativo; le banche italiane hanno mantenuto la loro solidità poiché il modello di business adottato è rimasta quello di tipo tradizionale basato prevalentemente nella concessione del credito ordinario (a breve) alle imprese ed in misura poco significativa in derivati finanziari ad alto rischio;

3. I risultati economici conseguiti di modesta entità per la prima parte del periodo (2007-2011) sono stati positivi, mentre, per la seconda parte del periodo (2012-2014) tali risultati sono diventati negativi per effetto dell’elevata incidenza delle sofferenze e dei crediti deteriorati causati dalla crisi reale dell’economia e finanziaria dei mercati monetari e valutari; in minore misura ha concorso la volatilità dei tassi di interesse e dei profitti valutari dovuti all’intensa dinamica dei rispettivi mercati monetari e valutari internazionali;

4. La situazione di liquidità e finanziaria delle nostre banche non è stata positiva ma neanche grave, dovuto ad un ferreo controllo delle autorità di vigilanza, in una situazione di crisi reale del sistema economico; tuttavia, il ricorso al mercato interbancario anche se maggiormente oneroso ha consentito alle banche italiane di sincronizzare maggiormente le uscite correnti con le entrare pure correnti. Le autorità di vigilanza hanno imposto una politica di assorbimento delle perdite su crediti basato su elevati coefficienti di patrimonializzazione previsti da Basilea 2 (patrimonio di base TIER 1; patrimonio subordinato Core Tier 1), in special modo nei confronti dei crediti più rischiosi, al fine di preservare la solidità patrimoniale delle banche. Infine, la politica di smobilizzo dei crediti in bonis attraverso il canale delle cartolarizzazioni ha contribuito nel periodo di riferimento, a finanziare la forte espansione dei pretiti alle imprese e alle famiglie avutosi nel periodo 2007-2009.

5. L’attività di prestiti alle imprese, nonostante il calo dei depositanti, è stata prevalentemente finanziata dai depositi a vista, e dalle emissioni obbligazionarie. Inoltre, le banche italiane hanno dimostrato di avere nei bilanci una buona qualità dell’attivo, nonostante la presenza di sofferenze e di partite incagliate per effetto della crisi reale. Ciò è dimostrato dagli elevati volumi di prestiti concessi alle imprese i cui dati sono stati forniti dalla banca d’Italia;

6. La redditività netta dei mezzi propri (ROE) è stata determinata, non tanto dall’effetto spread tra i tassi attivi sui prestiti ed i tassi passivi sui depositi, ma dall’effetto composizione derivante dai massicci fondi intermediati fruttiferi per prestiti concessi e per fondi acquisiti a titolo di prestito; insomma, la redditività netta elevata e positiva conseguita dal 2007 al 2011 è stata realizzata per effetto della leva finanziaria positiva, per effetto della fiscalità diretta e, infine per l’incidenza delle rettifiche su crediti e su titoli sui fondi intermediati. Nella seconda parte del periodo (2012-2014), l’effetto di leva finanziaria è stata negativa con effetti demoltiplicativi sul ROE.

ARTICOLO CONTENUTO IN “SFC – Rivista di Strategia Finanza e Controllo”  N° 9 –
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  1. 1. Come i titoli connessi con operazioni di cartolarizzazione diverse da quelle proprie, i derivati su titoli strutturati, e le esposizioni verso monolines assicurative.
  2. 2. Il ROA è l’abbreviativo di Return On Assets inteso come il rapporto tra l’utile netto e i fondi intermediati, ossia misura il rendimento netto per ogni 100 euro di risorse impiegate nella gestione.
  3. 3. La teoria di creazione del valore a favore degli azionisti è stata formulata per la prima volta da RAPPAPORT A.,”Creating Shareholders value”, The Free Press, 1986, N.Y. (trad. it. a cura di G. PELLICELLI,”La Strategia del valore”, F. Angeli, 1989).
  4. 5.  cfr. Appendice alla relazione annuale della Banca d’Italia – Note metodologiche. Nello schema di conto economico aggregato riportato per annualità, viene riclassificato il margine di intermediazione dato dalla somma algebrica tra margine di interesse (MgIs), altri ricavi netti comprensivi del saldo contratti derivati di copertura (S), delle commissioni di servizi (CS) e, dei dividendi su partecipazioni unitamente ai proventi assimilati (D).