LO STATO PATRIMONIALE NEL CONTROLLO DI GESTIONE

2 giugno 2016

evidenza

Gli indicatori da tenere monitorati nell’ambito del controllo di gestione dovrebbero riguardare i principali parametri economico-finanziari, anche per le imprese di piccola-media dimensione.  Eppure nella realtà per gran parte delle aziende italiane il controllo di gestione viene identificato con il mero controllo dei costi di produzione di beni o servizi, o con il calcolo di prezzi e margini, dimenticando spesso l’aspetto patrimoniale

Mentre la finanza negli ultimi anni ha assunto un ruolo centrale nella gestione delle imprese guadagnano un proprio spazio, lo Stato Patrimoniale, meno intuitivo e meno conosciuto dai non addetti ai lavori, non sempre trova un equo riscontro e di conseguenza non viene adeguatamente monitorato nell’ambito dei controlli infrannuali.

Vediamo di analizzare i limiti di questo approccio, partendo da come e per quali motivi si è diffuso questo pensiero, sino ad arrivare alle specificità dello Stato Patrimoniale nelle aziende commerciali.

IL “SISTEMA PATRIMONIALE” E  IL “SISTEMA DEL REDDITO”

La nostra analisi parte da lontano alla ricerca delle cause che nel tempo hanno portato a relegare lo Stato Patrimoniale e il suo oggetto di osservazione, il patrimonio aziendale, in una posizione di secondo piano rispetto al reddito aziendale.

All’inizio del secolo scorso sono nati i primi SISTEMI con i quali si tengono le scritture contabili, ovvero quell’insieme di registrazioni che hanno come riferimento un determinato oggetto.

I due principali sistemi che si sono sviluppati nella storia sono: il sistema patrimoniale e il sistema del reddito.

Il sistema del reddito, sviluppato negli anni ‘30 da Gino Zappa, è quello che utilizziamo tuttora e che tutti conosciamo, dando a volte per scontato che possa essere l’unico esistente.

In realtà antecedente a quello attuale è il sistema patrimoniale, impostato da uno dei più grandi studiosi di ragioneria, Fabio Besta, fra la fine dell’800 e gli inizi del 900.

 Il sistema patrimoniale è costituito dall’insieme delle scritture, fra loro coordinate e collegate, che hanno per oggetto il patrimonio dell’azienda e ne rilevano i mutamenti. Prende come riferimento i “fondi” del patrimonio e, partendo dall’inizio dell’esercizio, dopo aumenti e diminuzioni giunge al valore finale al termine dell’anno.

La particolarità di tale sistema è che calcola i risultati economici parziali sulle singole operazioni o sui gruppi di operazioni aziendali, determinando l’utile o la perdite su merci, imballaggi, titoli, cambi, ecc… L’utile (o la perdita) di esercizio complessiva diventa pertanto la somma algebrica di una serie di incrementi e decrementi subiti dal netto patrimoniale in conseguenza dei fatti della gestione.

Secondo Besta il nucleo centrale dell’azienda era quindi il patrimonio, e l’obiettivo dell’azienda era il suo incremento.

Tuttavia con la rivoluzione industriale il centro di interesse delle moderne società per azioni è diventato il reddito prodotto e distribuibile. Il valore dell’impresa non era più spiegato dal patrimonio bensì dal reddito, inteso come risultato della correlazione fra ricavi e costi dell’esercizio economico. Non si escludeva il patrimonio dalla valutazione dell’azienda, ma la differenza era l’attribuzione dell’importanza.

Il sistema del reddito ha preso il sopravvento anche perché era più semplice e immediato. Il sistema patrimoniale si adattava bene alle aziende di tipo agricolo-artigianale tipiche di un economia chiusa, aziende con una combinazione produttiva di dimensioni medie e costituite sotto forma di aziende individuali o società con un numero ridotto di soci. Ma con lo sviluppo dei mercati e la crescita delle dimensioni medie e del numero di soci, il sistema patrimoniale non ha più trovato un forte utilizzo.

Un cambio di mentalità che si è protratto sino ai nostri tempi.

IL METODO DELLA PARTITA DOPPIA

Oltre al SISTEMA esiste anche il METODO con cui si tengono le scritture contabili, ovvero l’insieme delle regole relative alla forma, all’ordine e alle modalità con cui vengono tenute le scritture. Quello più diffuso che si è imposto nel tempo è il metodo della partita doppia. Con il metodo della partita doppia ogni operazione aziendale viene esaminata secondo aspetti diversi e registrata in due o più conti, in modo che ci sia sempre l’uguaglianza fra addebitamenti e accreditamenti, favorendo il controllo della correttezza delle registrazioni.

Quando si applica il metodo della partita doppia al sistema del reddito, la gestione viene esaminata sotto due aspetti:

– uno originario, di tipo numerario (variazioni di cassa, crediti, debiti);

– uno derivato, di tipo economico, che si coglie riclassificando le variazioni numerarie.

Ma l’aspetto che viene considerato sostanziale è quello economico, dove si vede la vita del capitale e la produzione che il capitale alimenta, mentre l’aspetto numerario è considerato soltanto il mediatore di quello economico.

I DOCUMENTI CHE COMPONGONO IL BILANCIO

Se le scritture della partita doppia sono almeno due, due sono anche i documenti che rappresentano la sintesi finale delle registrazioni della contabilità generale: lo Stato Patrimoniale e il Conto Economico.

Lo Stato Patrimoniale è il documento che fotografa la ricchezza di una società, ovvero il capitale di funzionamento alla fine di un periodo. Rappresenta una immagine strutturata, un fotografia che ha senso se è riferito ad una data precisa. E’ il fotogramma iniziale (e  finale) di un film, mentre il Conto Economico racconta il film, ovvero il resoconto delle attività economiche che si sono svolte nel periodo di riferimento, per passare dalla situazione patrimoniale iniziale a quella finale.

A questi due documenti nel tempo si è affiancato il Rendiconto Finanziario che spiega le variazioni di liquidità da un periodo ad un altro, e che negli anni ha acquisito sempre più rilevanza. Mutuato dal mondo anglosassone, grazie alla crisi economica e alla conseguente necessità di tenere sotto controllo i flussi finanziari si è diffuso anche negli altri paesi sino a diventare, a partire dai bilanci del 2014, raccomandato dall’OIC (Organismo Italiano di Contabilità) per tutte le società, anche quelle non obbligate.

Anche il Rendiconto Finanziario è un documento di flusso, e trova ragione di esistere solo all’interno di due precisi riferimenti temporali.

Poiché il sistema contabile che utilizziamo dà sempre evidenze di tipo economico, il Rendiconto Finanziario sarà sempre derivato matematicamente dagli altri due documenti, attraverso opportune elaborazioni e riclassificazioni.

Malgrado il procedimento indiretto e poco immediato con cui viene determinata l’analisi dei flussi finanziari, nella prassi il Rendiconto Finanziario ha surclassato le altre valutazioni legate allo Stato Patrimoniale. Questo perché, quando le aziende hanno iniziato ad accusare la difficoltà ad incassare, e a capire che la vendita di per se non era più sufficiente a garantire la prosecuzione dell’impresa, l’attenzione si è spostata sempre di più all’analisi e al governo dei flussi finanziari, con particolare riferimento al cash flow, ovvero al flusso di cassa.

IL RUOLO DELLE BANCHE

Abbiamo visto che è dalla rivoluzione industriale che il centro di interesse dell’impresa è diventato il reddito, e tutte le evoluzioni contabili che si sono susseguite hanno risentito di questa impostazione. Successivamente la recente crisi ha spostato il focus dagli aspetti reddituali a quelli finanziari, facendo emergere in tutta la sua prepotenza i limiti di una redditività soddisfacente in presenza di una situazione di sofferenza di incasso.

Eppure c’è ancora un mondo che è rimasto strettamente ancorato alle logiche patrimoniali ed è il mondo bancario.

Le banche continuano a considerare preponderante la solidità patrimoniale di una impresa, e nelle elaborazioni degli indici di Basilea i parametri legati allo Stato Patrimoniale continuano ad avere il sopravvento rispetto alle dinamiche reddituali.

Alla banca interessa sì l’incasso e il reddito, ma quello che interessa di più è la solidità patrimoniale che rimane il punto di riferimento, specie nel nostro paese, malgrado da più parti questo atteggiamento venga spesso criticato. Questo perché, alla peggio, la banca può sempre rivalersi sui beni di proprietà.

Diventa pertanto indispensabile, specie per le società più in difficoltà ad accedere al credito, capire i rating che vengono attributi dalle banche alla solidità aziendale.

Ma su questo aspetto troppe realtà sono ancora indietro, sia a livello di struttura interna, sia in termini di rapporto con il proprio commercialista o consulente di fiducia. Permane sempre da parte delle imprese un’ampia difficoltà a capire ed interpretare i rating e a dialogare con il mondo bancario,

Questo perché, oltre alla mentalità prevalente reddito-centrica, ci sono anche delle difficoltà intrinseche che si porta dietro l’analisi dello Stato Patrimoniale.

Vediamo di analizzarne alcune.

LA STATICITA’ DELLO STATO PATRIMONIALE

Innanzitutto lo Stato Patrimoniale è un documento STATICO. A causa della sua fissità il monitoraggio della solidità patrimoniale di un’azienda deve essere fatto necessariamente attraverso il calcolo di margini ed indici, ovvero facendo dei confronti e dei rapporti fra alcune voci patrimoniali, dopo le opportune riclassificazioni.

I MARGINI sono dei confronti fra gruppi omogenei di alcuni valori.

L’analisi per margini è un’analisi statica basata sullo Stato Patrimoniale riclassificato, che confronta i raggruppamenti delle voci dell’attivo e del passivo e si prefigge lo scopo di indagare la copertura degli investimenti e la rimborsabilità dei finanziamenti, con particolare enfasi su quelle che andranno ad incidere sull’attitudine dell’impresa a rispettare il proprio livello di solvibilità. Quindi è un’analisi principalmente finanziaria.

Gli INDICI invece sono rapporti fra alcune classi di valori, e possono riguardare anche valori di Stato Patrimoniale insieme a quelli di Conto Economico. In questo caso, quando si confrontano valori di fondo e di flusso, per dare omogeneità al rapporto andrebbe fatta la media fra i valori iniziali e finali dello Stato Patrimoniale, anche se nella prassi spesso ci si limita ad utilizzare solo il valore finale.

L’analisi per margini e indici è un’analisi statica e istantanea, per cui l’esame immediato è poco significativo se non si procede al confronto con un sistema di dati riferiti a più bilanci di una stessa azienda. Soltanto comparando più esercizi si può effettuare un’analisi di tipo dinamico, generando un flusso informativo continuo che indica una tendenza.

Diversamente l’analisi puntuale ha senso solo se si effettua un confronto con ordini di grandezze simili, come ad esempio i valori dei concorrenti o di società analoghe all’interno di uno stesso Gruppo.

Mentre l’analisi storica è facilmente esperibile con un minimo di difficoltà, l’analisi comparata richiede l’accesso ai dati di bilancio della concorrenza, ottenibili tramite la Camera di Commercio o tramite le Associazioni di Categoria, necessariamente con tempi ritardati rispetto alle esigenze di tempestività. Il ritardo nell’accesso ai dati spesso scoraggia questo tipo di confronto, che invece fornirebbe informazioni molto interessanti sul proprio posizionamento.

Un altro modo per rendere dinamico lo Stato Patrimoniale è l’analisi delle variazioni che hanno subito i valori “fondo” nel periodo. Attraverso la loro variazione (flusso) vengono dinamizzati e quindi resi più comprensibili.

Abbiamo già visto che il Conto Economico e Il Rendiconto Finanziario sono due documenti di flusso. Le grandezze che analizzano sono considerate così importanti da meritare un prospetto a parte che li interpreti in chiave dinamica.

stato-patrimoniale

Per gli altri elementi dello Stato Patrimoniale invece, il compito di raccontare i passaggi dal valore iniziale a quello finale è delegato alle tabelle della nota integrativa. In futuro potrebbe nascere la necessità di indagare maggiormente le dinamiche specifiche di alcuni elementi, come ad esempio tutte le singole poste del capitale netto, come accade nel bilancio consolidato.

Pertanto un documento completo e complesso come lo Stato Patrimoniale per essere di reale utilità e comprensione deve ad essere riclassificato e vivisezionato in base all’interesse specifico relativo alle variazioni di alcuni suoi valori.

LO SCHEMA IV DIRETTIVA CEE E I SUOI LIMITI

Ma ci sono altri elementi che rendono poco praticata l’analisi della situazione patrimoniale di un’impresa, e sono attribuibili al modello di bilancio reso obbligatorio dalla IV direttiva CEE, recepita in Italia con il D.Lgs 127/1991.

Quando nel 1978 la CEE emanò la IV direttiva per armonizzare il contenuto del bilancio annuale e dei documenti accompagnatori, si stabilì di adottare a livello europeo un modello unico di bilancio valvole per tutte le società e per tutti gli Stati. 

Il modello di Stato Patrimoniale che scaturì dalle diverse posizioni fu improntato su un criterio di tipo misto: prima di tutto destinativo-economico, e all’interno di questo su un criterio finanziario.

Il criterio destinativo-soggettico prevede che gli elementi del patrimonio siano suddivisi sulla base della loro “destinazione” nell’attività dell’impresa. Un elemento dell’attivo viene considerato “immobilizzazione” (o meglio sarebbe stato “attivo fisso”) se è destinato ad essere utilizzato durevolmente nell’impresa, mentre viene inserito nell’attivo circolante se  parteciperà ad un unico ciclo produttivo.

Nel passivo la distinzione è fra le passività di terzi e quelle proprie.

Questa classificazione permette con più facilità lo studio della struttura patrimoniale dell’impresa, cioè le modalità di impiego del capitale acquisito e la provenienza dello stesso. Si discosta però da quella puramente finanziaria, che si basa sulla classificazione per scadenza.

Con il criterio misto della IV direttiva succede che per i crediti che costituiscono immobilizzazioni deve essere indicato a parte l’importo esigibile entro l’esercizio, mentre per quelli inseriti nell’attivo circolante si deve specificare l’importo esigibile oltre l’esercizio. Se si fosse adottato un criterio finanziario ciò sarebbe stato inammissibile in quanto fra le immobilizzazioni finanziarie si sarebbero inseriti solo i crediti a medio lungo termine.

Per questa commistione lo schema obbligatorio è inadatto ad un’analisi finanziaria della gestione, per la quale è necessario riclassificare le poste del bilancio tenendo distinte le poste a breve da quelle a medio lungo. Anche se i principali programmi per l’elaborazione dei bilanci hanno già degli schemi preimpostati e automatici che forniscono questa suddivisione, la confusione originale non aiuta a dare allo Stato Patrimoniale il ruolo che meriterebbe perché spesso le aziende poco strutturate si fermano alla forma obbligatoria, senza che ci sia la capacità e l’abitudine ad analizzare i dati in un formato diverso da quello consueto.

Oltretutto la IV direttiva indicava in origine due schemi di Stato Patrimoniale, uno in forma scalare e uno a sezioni contrapposte, assimilabili in termini di efficacia informativa. La Commissione italiana che ha applicato la direttiva nel nostro paese ha ritenuto opportuno adottare la forma a sezioni contrapposte perché “più simile alla nostra tradizione contabile”. Ne deriva che, mentre per il Conto Economico la forma scalare è entrata nella prassi, per lo Stato Patrimoniale rimane la contrapposizione fra il “Dare” e l’”Avere”, e le diverse riclassificazioni, che utilizzano maggiormente la forma scalare, rimangono di lettura meno immediata, specie quelle di stampo finanziario che con il tempo hanno acquisito sempre più importanza ma che stentano ancora ad essere comprese appieno dagli imprenditori.

LA PERIODICITA’ DEI CONTROLLI

Nelle aziende organizzate in modo evoluto i controlli periodici vanno oltre a quelli previsti dalle norme di legge, che stabiliscono la redazione del bilancio annuale. A seconda delle dimensioni aziendali e della grandezze da monitorare varia la frequenza delle verifiche: si va da quella giornaliera delle vendite, a quella mensile, trimestrale o annuale per altri parametri.

Visto che lo Stato Patrimoniale è un documento statico, può essere sufficiente monitorarlo con una frequenza inferiore rispetto ad altri valori. Tuttavia relegare il controllo una volta all’anno, ovvero al momento della chiusura contabile, può diventare pericoloso.

Le chiusure rilevanti nell’anno sono tipicamente quattro e corrispondono ai trimestri, ma normalmente quella semestrale e quella annuale sono le più importanti. Pertanto andrebbe prevista almeno una verifica semestrale sui principali indici e sui margini di struttura, impostando degli automatismi che consentano di calcolare agevolmente i valori e confrontarli con i periodi precedenti.

Tuttavia per effettuare un’analisi in chiave finanziaria è necessario che vengano distinti i crediti e i debiti “entro” da quelli “oltre” l’esercizio, per cui un primo problema che si può porre  è come considerare questi intervalli temporali all’interno dell’esercizio.

Quando si fa una verifica al 30 giugno la distinzione “oltre” 12 mesi non può essere riferita al 31 dicembre, pertanto il periodo di riferimento annuale va considerato “rolling”, ovvero considerando sempre i 12 mesi successivi a prescindere dalla scadenza legale dell’esercizio. Questa è una difficoltà in più che si aggiunge, e che non sussiste per il Conto Economico,  per il quale solitamente viene analizzato il progressivo rispetto al mese di analisi.

Se i controlli “ex-post” spesso sono carenti, la fase di programmazione non se la passa meglio.

La redazione del budget patrimoniale è pratica scarsamente diffusa nella realtà delle imprese italiane. Essa dovrebbe rappresentare l’ultimo atto dell’iter di formazione del budget, raccogliendo e riepilogando i flussi economici e finanziari, ma quest’ultimo passaggio non sempre viene compiuto. La difficoltà nasce dal fatto che è necessaria una visione di lungo periodo, e per fare questo bisogna avere chiarezza degli obiettivi che l’azienda intende conseguire in un’ottica prospettica. In assenza, molti preferiscono fermarsi al solo aspetto reddituale annuale.

LA FIGURA DEL CONTROLLER

Le scritture obbligatorie per legge e gli schemi di bilancio obbligatori non sempre hanno garantito all’impresa e ai suoi azionisti le informazioni che servivano per fare le proprie analisi, e nel tempo è sorta l’esigenza di affiancare una gestione parallela per monitorare altri aspetti aziendali.

Già dalla fine del 1800 e i primi decenni del 1900 sono sorti sistemi di contabilità dei costi (sebbene molto grossolani) usati per determinare il costo dei prodotti finiti, considerando la manodopera diretta e le materie prime.

Con il tempo le teorie, le metodologie e le tecniche si sono evolute, ma nell’immaginario collettivo il controllo di gestione è rimasto lo strumento che permette di determinare i prezzi di vendita, partendo dall’analisi dei costi.

 Ne deriva che in molte realtà il controller non è una figura di provenienza amministrativa, bensì una figura più tecnica con competenze di information tecnology.

Quando le necessità aziendali portano ad un controllo di gestione incentrato principalmente sugli aspetti legati alla produzione (spesso senza riconciliazione fra contabilità generale e contabilità analitica), l’analisi della situazione patrimoniale viene relegata alla contabilità o, più semplicemente, al consulente esterno, senza essere vissuta o considerata come parte del controllo di gestione.

Sarebbe importante invece che venisse istruita tutta la struttura che deve leggere e interpretare i report di natura economica (dall’imprenditore a tutti i decision maker), affinché abbia la consapevolezza che l’operatività e le decisioni che prende non impattano soltanto sui valori reddituali, ma anche sugli aspetti finanziari e patrimoniali della gestione, spesso sconosciuti perché considerati argomento tecnico per gli addetti ai lavori di difficile comprensione.

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ARTICOLO CONTENUTO IN “SFC – Rivista di Strategia Finanza e Controllo”  N° 8 –
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